Roberto Vignoli | 21 Oct 22:30

NOI, QUELLI DI VIA TOLEMAIDE!

L'appello che segue e' stato reso pubblico sabato 20 ottobre a 
Genova,presso il Teatro degli Zingari della Comunita' San Benedetto al 
Porto, durante l'incontro pubblico con Porota e Cela delle Madri di 
Plaza de Majo e a loro consegnato direttamente in attesa dell'adesione 
di Hebe de Bonafini.

NOI, QUELLI DI VIA TOLEMAIDE

E' vero, vi è una storia delle lotte, dei movimenti, delle persone e una 
storia del potere.
Su questo non vi è dubbio e Genova lo conferma.
La storia del potere è spesso scritta per via giudiziaria.
I pubblici ministeri che hanno accusato di devastazione e saccheggio 25 
manifestanti e che mantengono, per ora,  nei loro cassetti centinaia di 
procedimenti aperti contro altrettanti partecipanti alle manifestazioni 
contro il g8, sintetizzano bene nelle loro requisitorie questa pratica.
Riscrivere, modificare, stravolgere ciò che è accaduto per tentare non 
solo di cambiarne il senso, ma anche per rimuovere quelle anomalie che 
rappresentano il segno tangibile della crisi di un sistema. Riscrivere 
la storia a proprio uso e consumo, infatti, non è solo un vecchio vizio 
di chi comanda, è anche la misura di quanto questa democrazia, in crisi 
profonda e irreversibile, abbia la necessità di creare artificiosamente 
attorno a sé quella legittimazione che non c'è più.
Le roboanti parole, scelte con sapienza da questo o quel servitore dello 
Stato, pronunciate nelle aule di un Tribunale, dovrebbero coprire quello 
che centinaia di migliaia di persone hanno vissuto, e che in milioni già 
conoscono.
Quelle parole, diventeranno storia ufficiale quando saranno scritte nero 
su bianco, in calce a condanne ad anni di carcere per chi ha avuto la 
sfortuna di essere stato scelto come capro espiatorio e la colpa di 
essere stato a Genova il 19, 20 e 21 luglio del 2001 a contestare il G8.
L'archiviazione dell'omicidio di Carlo Giuliani, è stato il primo 
capitolo della storia di Genova, scritta per il potere dai tribunali.

Tuttavia commetteremmo un grave errore a pensare che la questione si 
esaurisca così, in maniera semplificata.
Nella requisitoria dei pubblici ministeri, e nella gestione del processo 
di Genova, traspare ben di più che la sola conferma di un vecchio 
assunto, con cui tutti i movimenti di lotta hanno avuto a che fare. 
Innanzitutto per un fatto molto semplice: la storia del potere e quella 
"sociale", non viaggiano parallele, ma si scontrano, confliggono.
Ed è la forza con cui avviene questo impatto, che determina il risultato.
Se si lascia spazio a ciò che il "sistema democratico", dal parlamento 
ai tribunali, vuole produrre su Genova, ecco che il risultato sarà 
sempre a favore del mantenimento del potere e di chiusura per i 
movimenti, quelli di allora, e soprattutto quelli che verranno.
Il secondo grave errore sarebbe pensare che anche la storia di movimento 
sia scritta nero su bianco. Sia statica, depositata, perenne.
Non è così.
Questa storia è viva, a differenza di quella scritta dai tribunali, e 
cresce, oppure diventa invisibile, carsica, frantumata, insieme a chi 
l'ha vissuta.
Dopo le giornate di Genova, nessuno di noi, di quelli che in maniere 
diverse hanno contribuito a costruire quella straordinaria insorgenza, 
che come tutte le cose vere ha fatto i conti anche con le tragedie, ha 
saputo riprendere parola con forza.
Alcuni perché, dopo quell'esperienza di rivolta, molto semplicemente 
hanno preferito tornare, o saltare, nel solco della "politica 
ufficiale", nei parlamenti e nei partiti.
Altri perché, a volte, la pratica dei movimenti, ti porta in strade 
nuove, difficili da sperimentare, piene di dubbi ed incertezze.
In generale non siamo stati capaci di assumere i processi contro alcuni 
di noi, come fatto politico fondamentale, e abbiamo troppo spesso 
permesso quindi, che la nostra storia fosse scritta da altri.

Ma cosa significa riprendere la parola con forza?
Crediamo che abbia poco a che fare con il semplice parlare, denunciare, 
testimoniare.
Questo, certo, è il minimo, ma come abbiamo visto, se non vi è qualcosa 
in più, qualcosa che diventi motore di tutto il resto, anche quello che 
si da per scontato, viene inghiottito in una routine che diventa in 
fretta incapacità.
E' un'idea forza che ha prodotto Genova, non la sommatoria di chi vi 
partecipava.
Ed è dalla nostra idea forza, quella di Via Tolemaide, che noi vogliamo 
contribuire a rimettere al centro ciò che Genova ci ha consegnato.

In questi giorni i pubblici ministeri hanno chiarito bene qual è la 
chiave che lo stato vuole usare per la criminalizzazione del movimento 
di Genova.
Il nodo di via Tolemaide, che è stato anche il corteo più partecipato di 
quei giorni, è l'anomalia che chi riscrive la storia dal punto di vista 
del potere, deve attaccare.
Attorno alla moltitudine degli oltre ventimila di via Tolemaide e del 
Carlini, a ciò che ha generato l'attacco dei carabinieri, ruotano tutti 
i fatti del 20 di luglio, compreso l'omicidio di Carlo.
Quella moltitudine aveva fatto una scelta precisa: disobbedire 
all'imposizione della zona rossa, che era il simbolo concreto di tutto 
il potere esercitato dal G8 in quei giorni.
Questa scelta era stata resa pubblica.
La disobbedienza, la violazione della legge, era divenuta spazio 
pubblico e direttamente costituente per una enorme comunità di soggetti, 
singoli e collettivi.
Vedendo oggi ciò che stanno facendo i compagni di Copenhagen, o quello 
che è successo a Rostock, si ha la dimensione, spaziale e temporale, di 
quanto quella scelta, rinnovata ed arricchita, sia divenuta pratica di 
movimento.
E non si tratta della "forma di lotta", anche se le tecniche, ad esempio 
quella degli scudi, le abbiamo viste ormai ovunque utilizzate, ma del 
paradigma della disobbedienza.
La scelta di violare la zona rossa, di dichiararlo pubblicamente e 
quindi di non "clandestinizzare" né le pratiche né il processo di 
costruzione di questo percorso, è parte di questa anomalia attaccata dai 
tribunali e dallo stato.
I ventimila di via Tolemaide sono stati possibili grazie a questo.
E questa scelta, l'essere in tanti e costituirsi a partire da una 
pratica condivisa e non da altro, oggi la ritroviamo in molte esperienze 
di resistenza che accompagnano movimenti veri che si battono contro le 
basi o contro il tav.
Ma aver trasformato il proprio obiettivo in uno spazio pubblico 
costituente, porta ad un'altra incompatibilità per lo stato, che poi i 
giudici nei tribunali tentano di criminalizzare: il consenso.
Il corteo di via Tolemaide, e l'esperienza del Carlini, potevano contare 
di un appoggio, anche solo in termini di opinione, che andava molto 
oltre il numero dei partecipanti.
E' possibile per il potere ammettere questa stranezza?
Si può essere cattivissimi, ferocissimi, ma bisogna essere pochi, 
isolati da tutti, costituenti solo della propria sconfitta: questo è 
compatibile.
Anzi, al di là della volontà dei protagonisti, alcune volte generosi e 
riempiti di anni di carcere, lo stato assegna un ruolo a tutto ciò, come 
lo assegna alla testimonianza e alla denuncia.
L'importante è che il risultato finale rafforzi le istituzioni, e il 
loro precario legame con legittimità e consenso.
Ma se il consenso si incardina per un attimo a qualcosa che prelude a 
una non accettazione delle leggi, dell'ordine costituito, e lo pratica 
collettivamente?
Via Tolemaide era anche questo.

Un altro nodo, fondamentale, è ciò che è accaduto dopo l'attacco dei 
carabinieri.
L'esercizio di un diritto di resistenza, spontaneo, diretto, diffuso.
La disobbedienza non si è trasformata in un gioco di ruolo, appunto.
Nelle distorsioni spesso operate da chi, anche all'interno di quel 
percorso, parlava di disobbedienza ma pensava al governo, la 
disobbedienza ha rischiato di morire rinsecchita varie volte.
Prima perdendo la sua originalità legata al contesto che l'aveva 
prodotta, e richiamandosi a modelli "storici": come dire che la 
nonviolenza dei movimenti birmani è la stessa cosa di quella 
propagandata da certi parlamentari italiani, che votano le guerre tra 
l'altro.
Poi rischiando di diventare un feticcio, un'identità chiusa e pesante, 
fondata sulle tecniche di lotta più che su un sentire comune.
Via Tolemaide, con l'esercizio da parte della disobbedienza, del diritto 
di resistenza, ha spazzato via tutti i tentativi di questo tipo.
La disobbedienza non poteva più essere considerata né un modello, né una 
forma.
Oggi in Italia ed in Europa ci sembra dimostrato che si tratta 
dell'assunzione di un percorso, che può avere forme e modi diversi ed 
articolati, e trova il suo fondamento in alcune linee di tendenza. Dal 
Carlini si è partiti con un obiettivo: agire con la disobbedienza.
Ci si è ritrovati a resistere, con ogni mezzo possibile, alla furia 
cieca e di annientamento, che nessuno aveva potuto prevedere in quei 
termini, che carabinieri e polizia hanno scaricato contro quel corteo.
Questo è stato un passaggio naturale, ed è per questo che la resistenza 
di quel corteo, rivendicata collettivamente fino in fondo, è per lo 
stato, i tribunali e le istituzioni, difficile da digerire.
Ed è in quel contesto che va letto l'omicidio di Carlo.
In assenza quindi di facili strumentalizzazioni possibili, in quel caso 
lo stato ha scelto l'archiviazione.
E' questo il nodo che si tenta di annullare con il processo di Genova.
Perché parla agli altri movimenti, quelli di oggi e quelli di domani, e 
lo fa con speranza e determinazione, con rabbia e lucidità.
Via Tolemaide ha messo in difficoltà il potere, e per questo bisogna 
tentare di riscriverne la storia, facendola rientrare in un contesto 
compatibile.
A Genova con l'assunto: "In Via Tolemaide erano tutti violenti", a 
Cosenza con l'imputazione di "associazione sovversiva composta da oltre 
ventimila aderenti".
Con questa idea forza dobbiamo riprendere la nostra corsa che è stata 
interrotta lì, in quella via di Genova, in quella piazza poco distante 
bagnata del sangue di uno di noi.
Altri hanno ripreso a correre, in Germania, in Danimarca, in Val di 
Susa, a Vicenza. Sappiamo da dove partire per raggiungerli.
Dalla difesa di tutti i compagni sotto processo, dal riconoscere ciò che 
ci ha consegnato Genova, da Via Tolemaide.

Sottoscriviamo quanto sopra per prendere un impegno, quello di 
organizzare, durante il ritiro in camera di consiglio dei giudici del 
processo di Genova, una mobilitazione.
La sentenza, cioè il tentativo di riscrivere la storia dal punto di 
vista del potere, deve trovare un contrasto diretto da parte di tutti 
coloro che in quei giorni del 2001 scesero in strada nonostante le 
minacce, l'arroganza, la violenza scatenata contro chi voleva cambiare.
Iniziamo noi, con i nostri nomi e cognomi, perché innanzitutto qui vi è 
la scelta, personale e politica, di continuare a batterci per una verità 
che non sia addomesticata, che non sia occasione per chiudere 
ulteriormente gli spazi dei movimenti e del dissenso in questo paese.
Ma facciamo da subito appello a tutti, singoli e realtà collettive, 
perché aderiscano alle iniziative che si proporranno.
Perché tutti i compagni processati a Genova siano liberi, perché la 
storia del potere non sia un ostacolo alla corsa di tutti, quelli che 
c'erano e quelli che verranno, verso la libertà.
Con Carlo nel cuore.

Don Andrea Gallo (Fondatore Comunità San Benedetto al Porto-Genova) 
Valeria Cavagnetto (Genova) Vladia Grillino (Genova) Milena Zappon 
(Genova) Domenico Chionetti (Genova) Simone Savona (Genova) Luciano 
Bregoli (Genova) Luca Oddone (Genova) Paolo Languasco (Genova) Matteo 
Jade (Genova) Luca Daminelli (Genova) Luca Casarini ( Marghera - 
imputato a Cosenza) Tommaso Cacciari (Venezia) Michele Valentini 
(Marghera) Max Gallob (Padova) Vilma Mazza (Padova) Duccio Bonechi 
(Padova-imputato a Genova) Federico Da Re (Padova-imputato a Genova) 
Cristian Massimo (Monfalcone) Donatello Baldo (Trento) Domenico Mucignat 
(Bologna) Gianmarco De Pieri (Bologna) Manila Rizzi (Rimini) Daniele 
Codelupi (Reggio Emilia) Claudio Sanita (Alessandria) Luca Corradini 
(Milano) Silvia Liscia (Milano) Francesco Raparelli (Roma) Francesco 
Brancaccio (Roma) Emiliano Viccaro (Roma) Luca Blasi (Roma)
Antonio Musella (Napoli)

PER ADESIONI:

viatolemaide <at> globalproject.info

viatolemaide <at> sbenedetto.net

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