12 Apr 12:36
una risposta su violenza e non violenza
franco berardi <franberardi <at> gmail.com>
2009-04-12 10:36:08 GMT
2009-04-12 10:36:08 GMT
Qualche giorno fa un ricombinante che si firma Tado ha mandato una piccola risposta al mio messaggio dal titolo "ma dovremmo chiamarlo terapia di singolarizzazione". Riporto qui di seguito il suo messaggio. Subito dopo un mio tentativo di rispondere alla sua gradita provocazione. Dapprima Tado cita un pezzo del mio testo: > Non sempre questa strategia di > sottrazione non confrontazionale funzionerà. Cosa fare nei casi di > conflitto non voluto si dovrà decidere caso per caso. La reazione non > violenta è ovviamente la scelta migliore, ma non sempre sarà > possibile. quindi formula una domanda: e io ti (vi) chiedo: per quale motivo la reazione non violenta é (addirittura) OVVIAMENTE la scelta migliore? senza stare ad argomentare, vorrei capire il perché di quella frase. e perché, ad esempio, qui non usi "e...e..." invece di "o...o...". non ha forse senso dire che la reazione violenta E la reazione non violenta sono la migliore reazione?" Qui finisce la domanda di Tado. E qui comincia la mia risposta. La questione della violenza è all'ordine del giorno, non nascondiamocelo. E' una questione che va affrontata da due diversi punti di vista: da quello dell'attualità politica, della situazione concreta in cui oggi ci troviamo, e dal punto di vista etico. Nella congiuntura presente, la rabbia che anima milioni di persone in Europa ha radici ben comprensibili. Per trent'anni è stata imposta una politica di privatizzazione e di super-sfruttamento. Per trent'anni le politiche economiche sono state improntate a un unico obiettivo: aumentare la competitività riducendo il salario, aumentando la giornata di lavoro, aumentando il tempo di lavoro straordinario, ricattando i lavoratori con la precarietà. La de-regulation ha coinciso sistematicamente con la distruzione delle difese che la società aveva costruito contro gli spiriti aggressivi del capitalismo predone, Il movimento noglobal ha denunciato quelle politiche e ha previsto che queste avrebbero portato prima o poi ad una catastrofe. Ora la catastrofe è arrivata. Le politiche liberiste hanno fatto fallimento e ci hanno portato sull'orlo della bancarotta. Ma il ceto politico liberista-autoritario non intende affatto accettare la lezione, non intende affatto abbandonare il posto di comando, e non intende neppure rinunciare ai principi che hanno portato a questo punto. E' prevedibile che dalla Francia ai paesi baltici, dall'Italia alla Grecia la rabbia conduca ad esplosioni di violenza di massa. Io considero del tutto legittima dal punto di vista morale e dal punto di vista politico la violenza di massa contro la dittatura liberista. Ma questo non significa affatto che la consideri efficace. Nel panorama culturale europeo (il discorso sarebbe diverso se parlassimo degli Stati Uniti di Obama) il flusso dominante nella cultura sociale è improntato al rancore identitario, sicuritario e xenofobo. Questo flusso è continuamente alimentato dai corporate media, dai professionisti della manipolazione. Sul terreno della violenza armata - che pure nei prossimi tempi esploderà in molte zone d'Europa - il movimento libertario egualitario sarebbe minoritario e costretto sulla difensiva. Una guerra civile interetnica a bassa intensità è ormai in corso e non serve certo alimentarla. Purtroppo in Europa andiamo verso i pogrom, verso forme di violenza nazista con base di massa. Occorre demotivarla, evitarla, se non siamo in grado di stroncarla anticipatamente. E purtroppo non siamo in grado di stroncarla. Dovremmo moltiplicare le zone di resistenza umana. Su un altro piano si collocano le azioni di protesta che si sono svolte a Londra e a Strasburgo recentemente. Esse riproducono la dinamica delle contestazioni noglobal dei primi anni duemila. Sia ben chiaro, io condivido interamente quelle proteste, avrei partecipato se avessi potuto, e non condanno affatto le azioni dirette degli attivisti radicali. Però mi interrogo su un problema di efficacia. Negli anni di Seattle e di Genova l'azione radicale di attacco contro i vertici dell'economia globalista liberist-autoritaria ebbe un effetto simbolico essenziale: scalfirono e alla fine distrussero l'immagine inattaccabile delle politiche liberiste che fino a quel momento erano sembrate dogma indiscutibile. Ma oggi quel dogma è in pezzi. Il nostro compito oggi non è attaccare i vertici screditati e paralizzati del governo globale che non governa più niente, il nostro compito è costruire una forma dell'azione che molto più concreta, molto più quotidiana: sabotaggio dell'infodominio, collettivizzazione del bisogno e del consumo, occupazione degli spazi che la crisi svuota, creazione di circuiti di esistenza autonoma dal mercato, esproprio delle merci necessarieper la sopravvivenza sociale. Scontrarsi con la polizia a qualche chilometro di distanza da un summit che procede tranquillamente, e che tanto non produrrà alcun risultato non mi sembra molto efficace. Molto più efficace sarebbe l'azione di esproprio e di autoriduzione portata nella vita quotidiana delle popolazioni che cominciano a vedere delinearsi il fantasma della depressione. Nei prossimi anni il nostro compito non credo che il nostro compito sarà organizzare proteste simboliche ma organizzare la fuoriuscita di aree sociali e territoriali sempre più ampie dal dominio del capitale. Il massimo dell'efficacia non lo raggiungeremo cercando di colpire i centri del potere, che tanto non raggiungeremo perché sono ultra-militarizzati e virtualizzati. Lo raggiungeremo invece disgregando la base culturale del dominio, diffondendo il contagio di stili di vita e di saperi collettivi che colpiscano alla radice il modello della crescita e della proprietà privata. L'attacco diretto contro i summit del globalismo fu necessario quando il problema era simbolico. Ora il problema è concreto, materiale, quotidiano. E paradossalmente, è proprio sul terreno culturale che si sgretola oggi la forma concreta del dominio. Ma l'obiezione di Tado (se di obiezione si tratta) va più a fondo. Perché escludere, egli chiede, la violenza dal novero delle possibilità umane? Rispondo aprendo una questione che andrebbe approfondita. Qual è il fondamento dell'azione etica? La risposta del pensiero illuministico moderno, ben lo sappiamo, è fondata sulla razionalità universale della scelta morale. Ma è una risposta che non ci soddisfa più. "E' difficile trovare una relazione tra ragionamento morale e comportamente morale proattivo, come ad esempio aiutare gli altri." sostiene Michel Gazzaniga in "Human", citato da David Brooks in un articolo sull'Herald Tribune del 10 aprile 2009. Il nostro cervello compie scelte fra alternative diverse in ogni frazione di secondo, e ogni scelta può essere considerata una scelta etica. Guattari parla di paradigma etico-estetico, per intendere il fatto che nella scelta etica sono implicite valutazioni inconscie che riguardano molto più l'effetto di piacere o sofferenza prodotto dalla scelta, che il suo valore astrattamente razionale. E Fernando Savater, in un libro dal titolo "Etica come amor proprio" propone di fondare l'azione etica a partire dall'affermazione spinoziana: "Ogni cosa, per quanto è in essa, si sforza di perseverare nel suo essere." Potremmo chiamare questa volontà di perseverare nel proprio essere come amor di sé. Io affermo (sia pur sapendo quanto la mia affermazione sia ellittica e quanto rimandi ad un approfondimento filosofico tutto da sviluppare) che il fondamento dell'azione etica è l'amor di sé rettamente inteso. Quando io dico amor di sé non intendo affatto un principio ristrettamente egoistico, ma il piacere dell'essere coestensivo e coevolutivo, insomma la consapevolezza della continuità del proprio essere fisico e psichico nell'essere fisico e psichico dei diecimila esseri. Si tratta del principio (assolutamente materialistico, si badi) che il buddhismo chiama Grande Com-passione: la consapevolezza immediata, erotica e insieme estetica che il piacere del mio corpo è il piacere del corpo esteso dell'umano e del naturale. Una diminuzione del piacere del corpo esteso che mi circonda e mi tocca da ogni parte è una diminuzione del mio proprio piacere. Solo una mutilazione psichica (la mutilazione prodotta ad esempio dal capitalismo e dalla privatizzazione del bisogno e del consumo) può ridurre o cancellare la percezione dell'altrui piacere come premessa del piacere proprio. Da questo punto di vista considero la violenza come una dolorosa ferita che il corpo infligge a se stesso. Ciò detto riconosco che vi sono situazioni in cui - altruisticamente - dobbiamo usare violenza per evitare che una violenza più grande sia compiuta. Per quanto io sappia che ferire o umiliare l'altro significa ferire e umiliare me stesso (non in senso metaforico, ma in senso assolutamente letterale e materiale) talvolta può capitare che per salvare mio fratello da una violenza io debba usare violenza contro chi vuole colpire mio fratello o peggio ancora mille miei fratelli. Non è forse vero che un'azione violenta può talvolta impedire o prevenire una violenza molto più grande? Se qualcuno avesse ucciso Hitler nel 1923 non avrebbe forse compiuto un'azione etica, evitando l'insorgere del nazismo? (anche se non è certo detto che il nazismo non sarebbe nato senza Hitler). Cerco di concludere, senza pensar di concludere affatto. In nome dell'amor di me inteso estensivamente come piacere dell'essere erotico, considero la violenza come una diminuzione dell'amor di me. Al tempo stesso riconosco che vi sono momenti in cui occorre infliggere a se stessi questa diminuzione tremenda che è la violenza nei confronti di qualcuno, quando qualcuno è fattore di violenza nei confronti del corpo esteso che mi circonda. Quello in cui viviamo potrebbe essere uno di questi momenti: se riuscissimo ad eliminare la causa del fascismo montante eviteremmo una futura vastissima violenza. Ma in effetti non è così perché la causa del fascismo montante non può essere soggettivizzata. Questa causa è nascosta nella pieghe dell'inconscio collettivo, e non c'è altro modo di rimuoverla se non un'azione terapeutica capace di restituire al corpo collettivo il piacere di sé. Subiremo dunque la violenza di cui sembra gravida la situazione europea? Io propongo di moltiplicare le zone di resistenza umana, propongo di attivare pratiche di terapia del corpo e della mente collettiva, ma so che in alcuni momenti dovremo difenderci dall'aggressività disperata di un mondo che si sta sgretolando. Facciamolo con intelligenza, evitiamo di trasformare la frustrazione in arroganza simbolica. -------------------------------------------[ RK ] + http://liste.rekombinant.org/wws/subrequest/rekombinant + http://www.rekombinant.org
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