franco berardi | 12 Apr 12:36
Picon

una risposta su violenza e non violenza

Qualche giorno fa un ricombinante che si firma Tado ha mandato una
piccola risposta al mio messaggio dal titolo "ma dovremmo chiamarlo
terapia di singolarizzazione".
Riporto qui di seguito il suo messaggio. Subito dopo un mio tentativo
di rispondere alla sua gradita provocazione.

Dapprima Tado cita un pezzo del mio testo:
> Non sempre questa strategia di
> sottrazione non confrontazionale funzionerà. Cosa fare nei casi di
> conflitto non voluto si dovrà decidere caso per caso. La reazione non
> violenta è ovviamente la scelta migliore, ma non sempre sarà
> possibile.
quindi formula una domanda:
e io ti (vi) chiedo: per quale motivo la reazione non violenta é
(addirittura) OVVIAMENTE la scelta migliore? senza stare ad argomentare,
vorrei capire il perché di quella frase. e perché, ad esempio, qui non usi
"e...e..." invece di "o...o...". non ha forse senso dire che la reazione
violenta E la reazione non violenta sono la migliore reazione?"
Qui finisce la domanda di Tado. E qui comincia la mia risposta.

La questione della violenza è all'ordine del giorno, non nascondiamocelo.
E' una questione che va affrontata da due diversi punti di vista: da
quello dell'attualità politica, della situazione concreta in cui oggi
ci troviamo, e dal punto di vista etico.
Nella congiuntura presente, la rabbia che anima milioni di persone in
Europa ha radici ben comprensibili. Per trent'anni è stata imposta una
politica di privatizzazione e di super-sfruttamento. Per trent'anni le
politiche economiche sono state improntate a un unico obiettivo:
aumentare la competitività riducendo il salario, aumentando la
giornata di lavoro, aumentando il tempo di lavoro straordinario,
ricattando i lavoratori con la precarietà. La de-regulation ha
coinciso sistematicamente con la distruzione delle difese che la
società aveva costruito contro gli spiriti aggressivi del capitalismo
predone,
Il movimento noglobal ha denunciato quelle politiche e ha previsto che
queste avrebbero portato prima o poi ad una catastrofe. Ora la
catastrofe è arrivata. Le politiche liberiste hanno fatto fallimento e
ci hanno portato sull'orlo della bancarotta. Ma il ceto politico
liberista-autoritario non intende affatto accettare la lezione, non
intende affatto abbandonare il posto di comando, e non intende neppure
rinunciare ai principi che hanno portato a questo punto.
E' prevedibile che dalla Francia ai paesi baltici, dall'Italia alla
Grecia la rabbia conduca ad esplosioni di violenza di massa. Io
considero del tutto legittima dal punto di vista morale e dal punto di
vista politico la violenza di massa contro la dittatura liberista. Ma
questo non significa affatto che la consideri efficace.
Nel panorama culturale europeo (il discorso sarebbe diverso se
parlassimo degli Stati Uniti di Obama) il flusso dominante nella
cultura sociale è improntato al rancore identitario, sicuritario e
xenofobo. Questo flusso è continuamente alimentato dai corporate
media, dai professionisti della manipolazione. Sul terreno della
violenza armata - che pure nei prossimi tempi esploderà in molte zone
d'Europa - il movimento libertario egualitario sarebbe minoritario e
costretto sulla difensiva. Una guerra civile interetnica a bassa
intensità è ormai in corso e non serve certo alimentarla. Purtroppo in
Europa andiamo verso i pogrom, verso forme di violenza nazista con
base di massa. Occorre demotivarla, evitarla, se non siamo in grado di
stroncarla anticipatamente. E purtroppo non siamo in grado di
stroncarla. Dovremmo moltiplicare le zone di resistenza umana.

Su un altro piano si collocano le azioni di protesta che si sono
svolte a Londra e a Strasburgo recentemente. Esse riproducono la
dinamica delle contestazioni noglobal dei primi anni duemila. Sia ben
chiaro, io condivido interamente quelle proteste, avrei partecipato se
avessi potuto, e non condanno affatto le azioni dirette degli
attivisti radicali. Però mi interrogo su un problema di efficacia.
Negli anni di Seattle e di Genova l'azione radicale di attacco contro
i vertici dell'economia globalista liberist-autoritaria ebbe un
effetto simbolico essenziale: scalfirono e alla fine distrussero
l'immagine inattaccabile delle politiche liberiste che fino a quel
momento erano sembrate dogma indiscutibile. Ma oggi quel dogma è in
pezzi. Il nostro compito oggi non è attaccare i vertici screditati e
paralizzati del governo globale che non governa più niente, il nostro
compito è costruire una forma dell'azione che molto più concreta,
molto più quotidiana: sabotaggio dell'infodominio, collettivizzazione
del bisogno e del consumo, occupazione degli spazi che la crisi
svuota, creazione di circuiti di esistenza autonoma dal mercato,
esproprio delle merci necessarieper la sopravvivenza sociale.

Scontrarsi con la polizia a qualche chilometro di distanza da un
summit che procede tranquillamente, e che tanto non produrrà alcun
risultato non mi sembra molto efficace. Molto più efficace sarebbe
l'azione di esproprio e di autoriduzione portata nella vita quotidiana
delle popolazioni che cominciano a vedere delinearsi il fantasma della
depressione. Nei prossimi anni il nostro compito non credo che il
nostro compito sarà  organizzare proteste simboliche ma organizzare la
fuoriuscita di aree sociali e territoriali sempre più ampie dal
dominio del capitale.
Il massimo dell'efficacia non lo raggiungeremo cercando di colpire i
centri del potere, che tanto non raggiungeremo perché sono
ultra-militarizzati e virtualizzati. Lo raggiungeremo invece
disgregando la base culturale del dominio, diffondendo il contagio di
stili di vita e di saperi collettivi che colpiscano alla radice il
modello della crescita e della proprietà privata.
L'attacco diretto contro i summit del globalismo fu necessario quando
il problema era simbolico. Ora il problema è concreto, materiale,
quotidiano. E paradossalmente, è proprio sul terreno culturale che si
sgretola oggi la forma concreta del dominio.

Ma l'obiezione di Tado (se di obiezione si tratta) va più a fondo.
Perché escludere, egli chiede, la violenza dal novero delle
possibilità umane? Rispondo aprendo una questione che andrebbe
approfondita. Qual è il fondamento dell'azione etica? La risposta del
pensiero illuministico moderno, ben lo sappiamo, è fondata sulla
razionalità universale della scelta morale. Ma è una risposta che non
ci soddisfa più. "E' difficile trovare una relazione tra ragionamento
morale e comportamente morale proattivo, come ad esempio aiutare gli
altri." sostiene Michel Gazzaniga in "Human", citato da David Brooks
in un articolo sull'Herald Tribune del 10 aprile 2009. Il nostro
cervello compie scelte fra alternative diverse in ogni frazione di
secondo, e ogni scelta può essere considerata una scelta etica.
Guattari parla di paradigma etico-estetico, per intendere il fatto che
nella scelta etica sono implicite valutazioni inconscie che riguardano
molto più l'effetto di piacere o sofferenza prodotto dalla scelta, che
il suo valore astrattamente razionale.
E Fernando Savater, in un libro dal titolo "Etica come amor proprio"
propone di fondare l'azione etica a partire dall'affermazione
spinoziana: "Ogni cosa, per quanto è in essa, si sforza di perseverare
nel suo essere." Potremmo chiamare questa volontà di perseverare nel
proprio essere come amor di sé.
Io affermo (sia pur sapendo quanto la mia affermazione sia ellittica e
quanto rimandi ad un approfondimento filosofico tutto da sviluppare)
che il fondamento dell'azione etica è l'amor di sé rettamente inteso.
Quando io dico amor di sé non intendo affatto un principio
ristrettamente egoistico, ma il piacere dell'essere coestensivo e
coevolutivo, insomma la consapevolezza della continuità del proprio
essere fisico e psichico nell'essere fisico e psichico dei diecimila
esseri. Si tratta del principio (assolutamente materialistico, si
badi) che il buddhismo chiama Grande Com-passione: la consapevolezza
immediata, erotica e insieme estetica che il piacere del mio corpo è
il piacere del corpo esteso dell'umano e del naturale. Una diminuzione
del piacere del corpo esteso che mi circonda e mi tocca da ogni parte
è una diminuzione del mio proprio piacere.
Solo una mutilazione psichica (la mutilazione prodotta ad esempio dal
capitalismo e dalla privatizzazione del bisogno e del consumo) può
ridurre o cancellare la percezione dell'altrui piacere come premessa
del piacere proprio.
Da questo punto di vista considero la violenza come una dolorosa
ferita che il corpo infligge a se stesso.
Ciò detto riconosco che vi sono situazioni in cui - altruisticamente -
dobbiamo usare violenza per evitare che una violenza più grande sia
compiuta. Per quanto io sappia che ferire o umiliare l'altro significa
ferire e umiliare me stesso (non in senso metaforico, ma in senso
assolutamente letterale e materiale) talvolta può capitare che per
salvare mio fratello da una violenza io debba usare violenza contro
chi vuole colpire mio fratello o peggio ancora mille miei fratelli.
Non è forse vero che un'azione violenta può talvolta impedire o
prevenire una violenza molto più grande? Se qualcuno avesse ucciso
Hitler nel 1923 non avrebbe forse compiuto un'azione etica, evitando
l'insorgere del nazismo? (anche se non è certo detto che il nazismo
non sarebbe nato senza Hitler).

Cerco di concludere, senza pensar di concludere affatto.
In nome dell'amor di me inteso estensivamente come piacere dell'essere
erotico, considero la violenza come una diminuzione dell'amor di me.
Al tempo stesso riconosco che vi sono momenti in cui occorre
infliggere a se stessi questa diminuzione tremenda che è la violenza
nei confronti di qualcuno, quando qualcuno è fattore di violenza nei
confronti del corpo esteso che mi circonda.
Quello in cui viviamo potrebbe essere uno di questi momenti: se
riuscissimo ad eliminare la causa del fascismo montante eviteremmo una
futura vastissima violenza. Ma in effetti non è così perché la causa
del fascismo montante non può essere soggettivizzata. Questa causa è
nascosta nella pieghe dell'inconscio collettivo, e non c'è altro modo
di rimuoverla se non un'azione terapeutica capace di restituire al
corpo collettivo il piacere di sé.
Subiremo dunque la violenza di cui sembra gravida la situazione
europea? Io propongo di moltiplicare le zone di resistenza umana,
propongo di attivare pratiche di terapia del corpo e della mente
collettiva, ma so che in alcuni momenti dovremo difenderci
dall'aggressività disperata di un mondo che si sta sgretolando.
Facciamolo con intelligenza, evitiamo di trasformare la frustrazione
in arroganza simbolica.

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Gmane