Matteo Pasquinelli | 12 Jul 14:28

Assalto al neurospazio (indicazioni sbagliate per un)


[ un tentativo di raccogliere le riflessioni degli ultimi mesi a  
partire dall'incontro
Utopia Reversed di Weimar. nessuno ha per caso la versione inglese di  
The Atrocity
Exhibition di Ballard? mi farebbe un immenso favore, sto impazzendo  
per trovare
la citazione originale di un passaggio. /m ]

Caldamente consigliato il PDF, la versione solo testo non è  
facilmente leggibile
http://rekombinant.org/download.php?op=getit&lid=5

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Matteo Pasquinelli

ASSALTO AL NEUROSPAZIO (indicazioni sbagliate per un)

     We are implicit, here, all of us,
     in a vast physical construct of
     artificially linked nervous systems.
     Invisible. We cannot touch it.
     -- William Gibson, In the visegrips of Dr. Satan

1. Una geologia libidica degli spazi mediatici

Qual è il campo che oggi l’arte e l’attivismo mediatico sono chiamati  
ad ad occupare? Qual è il luogo dell’atto di creazione? Dalle utopie  
moderne all’immaginario costruito da cinema e televisione, passando  
per il ciberspazio delle tecnologie digitali, tipologie diverse di  
spazio mediatico hanno abitato la storia contemporanea e prodotto  
ognuna proprie figure sociali, conflitti, estetiche e narrazioni.  
Parafrasando Serres[i] potremmo dire: abitiamo una molteplicità di  
spazi mediatici. Il presente testo abbozza una breve storia degli  
spazi materiali e immateriali, politici e psichici, che sono  
costruiti in modo diverso da dispositivi, immagini, segni e merci,  
chiedendoci come Jameson: “perché il paesaggio dovrebbe essere in  
qualche modo meno drammatico dell’Evento?”[ii]. Per Lefebvre (autore  
di un testo cruciale come La produzione dello spazio[iii]) lo spazio  
non è mai uno sfondo neutro, ma sempre il prodotto di un conflitto  
sociale. E’ in questo senso che vogliamo studiarne l’architettura  
invisibile, i desideri che vi si proiettano, il modo in cui si dà  
l’apertura di nuovi spazi ad opera di nuove tecnologie, linguaggi,  
pratiche. Vorremmo applicare agli spazi mediatici del capitalismo  
contemporaneo quello che Lefebvre scriveva nel 1974, non senza essere  
accusato di feticismo: “oggi più che mai, la lotta di classe è  
inscritta nello spazio”. Il campo attuale dell’azione politica e  
artistica non è altro che una stratificazione degli spazi precedenti,  
ed abbiamo bisogno di una sorta di geologia dell’invisibile per  
potere ricostruirne la storia.

Ci accorgiamo che il primo effetto sociale di una tecnologia è quello  
di modificare il “senso del luogo”, di dare vita ad un proprio spazio  
collettivo e ad una propria dimensione pubblica (vedi le ricerche di  
Joshua Meyrowitz[iv]). La storia recente è stata dominata da continue  
rivoluzioni e colonizzazioni della biosfera umana da parte di nuove  
specie di dispositivi. La nostra attenzione non potrà quindi non  
concentrarsi sugli spazi tecnologici e mediatici, e su come l’atto di  
creazione abiti simili spazi. Assistendo all’esodo delle energie  
radicali e innovative che negli ultimi anni hanno popolato in  
particolare il ciberspazio, ci chiediamo se esse non si stiano  
raccogliendo in nuovi spazi. La questione dello spazio non può essere  
distinta per noi dal campo di forze e di conflitti che lo producono:  
non ne parliamo in senso euclideo e cartesiano come continua a fare  
il determinismo tecnologico di certa media culture. Lo spazio è  
sempre attraversato da una energia vitale, da un desiderio.

Per i filosofi postmoderni l’Occidente vive da secoli il suo  
tramonto, una continua emorraggia di libido che abbandona corpi e  
città per lasciare sul terreno vestigia e simulacri spettrali (si  
pensi non solo alla crisi delle narrazioni, ma anche alla crisi delle  
istituzioni democratiche e della forma partito o alla morte  
dell’opera d’arte tradizionale). Dopo la crisi della new economy e  
della net culture, lo stallo del movimento globale no-war e il nuovo  
ordine mondiale post-911, a chi cerca una sovversione del codice,  
filosofi dialettici come Zizek rispondono che dal codice non c’è via  
di fuga. Siamo tutti homo sucker[v]: chi crede di deridere  
l’ideologia dominante in realtà ne rafforza la presa su di sè, chi  
crede di manipolare in realtà è manipolato, e così via, da un impasse  
dialettico all’altro, esattemente come i situazionisti non vedevano  
vie d’uscita dalla paranoia dello Spettacolo e i postmoderni della  
Fine della Storia. Nei giocattolini dialettici dei filosofi  
postmoderni, l’energia libidica da una parte si dissolve nella  
fantasmagoria del consumismo, dall’altra è condannata a girare in  
tondo mordendosi la coda. La crisi politica ed esistenziale  
dell’Occidente, quindi, non sembra dovuta solo ad una emorraggia di  
energie vitali, ma anche ad un confinamento delle energie stesse  
all’interno di circuiti e spazi autoreferenziali.

Ci chiediamo se il dibattito stesso sulla crisi dell’arte e della  
politica occidentale non rimanga prigioniero di gusci categoriali  
ormai “evacuati” dalle energie della storia. Per questo vogliamo  
ricostruire una storia degli spazi (intesi quasi come “contenitori”)  
in cui le energie vitali, innovative e creatrici hanno manifestato e  
manifestano la loro ansia esistenziale. Ci interessa capire se ci  
sono nuovi spazi che le energie del mondo contemporaneo stanno  
andando a popolare al di fuori dei radar della filosofia accademica,  
della politica istituzionale, della critica d’arte.

2. Il divenire-rete delle spazio

La saga delle utopie e delle religioni si fonda da sempre  
sull’evocazione di spazi radicalmente altri. La religione come intimo  
dispositivo semiotico funziona come proiezione di un al di là, di un  
paradiso o di una terra promessa. La stessa idea di spirito indica  
uno spazio interiore non direttamente attingibile. Le utopie  
politiche della modernità sono state ricondotte spesso ad una  
genealogia diretta dagli spazi ultraterreni della religione. Su un  
terreno più materialista, il capitalismo nasce privatizzando lo  
spazio comune nelle enclosures, mentre il marxismo ha preteso la fine  
dello spazio della proprietà privata per l’istituzione di un nuovo  
spazio, il comune, che non rappresenta un ritorno allo stato di  
natura ma l’apertura di una nuova dimensione. Gli Stati Uniti,  
invece, lontani dall’idealismo della vecchia Europa, hanno posto il  
motore della loro storia nel mito della Frontiera.

Agli spazi mitici della politica e della religione sono seguiti nella  
modernità gli spazi fisici della disciplina e del biopotere. Come ha  
mostrato Foucault[vi], la biopolitica nasce da un nuovo sapere del  
corpo che codifica nuovi spazi psichici e anatomici, in modo che le  
nuove tecnologie del potere possano applicarsi ad essi. La sessualità  
moderna, ad esempio, viene ricondotta allo spazio interiore costruito  
dalla confessione cristiana come spazio degli istinti e del peccato.  
In seguito, la psicanalisi apre il Novecento rinnovando lo spazio  
interiore con una nuova topologia della mente, articolata negli spazi  
dell’Es, dell’Io e del Super-Io.

La rivoluzione dei mass media ha permesso la traduzione  
dell’immaginario mitico della religione e della cultura popolare in  
un immaginario prosaico, fatto dalla ripetizione seriale e ubiqua di  
immagini. E’ la nascita dell’immaginario collettivo contemporaneo. Le  
star del cinema degli anni ’50 si ibridano con le merci di consumo e  
vengono codificate da Debord nel concetto di Spettacolo con riflessi  
totalitari ed hegeliani. Con il termine mediascape in principio si  
intendeva l’impatto dei grandi cartelloni pubblicitari sul paesaggio.  
In seguito il termine viene a designare l’intero panorama dei media,  
dai giornali alla radio alla televisione, uno spazio politico  
cruciale per la storia contemporanea, dove ad un certo punto  
informazione e intrattenimento si uniscono in un ibrido emozionale  
chiamato l’infoteinment.

La rivoluzione della rete, il più importante evento culturale a noi  
vicino, viene profetizzata attraverso l’immagine del cyberspace,  
introdotto da Gibson nel 1984 nel suo romanzo Neuromancer. Lo spazio  
virtuale della rete è stato il più potente spazio mediatico, emotivo,  
politico degli ultimi decenni, prima di essere colonizzato  
definitivamente dal business. Negli ultimi anni l’innovazione  
tecnologica ha sancito il passaggio dalla virtual reality alla  
augmented reality, dalla simulazione di spazi fittizi ad un ambiente  
concreto sempre più saturo di dispositivi digitali. Ultimi arrivati  
in questo contesto, i locative media[vii] sono i media che producono  
uno spazio particolare in quanto “sanno” la loro posizione e quella  
degli altri smart objects circostanti (location aware devices). Con  
il termine mixed reality si intende la fusione di mondi reali e  
virtuali per produrre un nuovo ambiente dove oggetti fisici e  
digitali possono coesistere e interagire. Nel campo dell’augmented  
reality si parla anche di Internet of Things, quando si fa  
riferimento alla domotica o all’applicazione capillare dei chip radio  
(RFID) a merci e oggetti.

Anche il pensiero filosofico contemporaneo ha sviluppato nuovi  
modelli di spazio per la società dell’informazione: dalla noosfera di  
Teilhard de Chardin e Pierre Levy al capitalismo cognitivo[viii]  
della scuola post-operaista, la cononoscenza e l’intelligenza  
collettiva formano come una seconda biosfera che circonda l’umano. Lo  
spazio delle idee e dell’informazione viene descritto spesso  
intrecciato allo spazio dei segni e all’ipertrofia dei brand. Non è  
un caso che negli stessi anni in cui nasce il termine cyberspace John  
Sherry[ix] conia il termine brandscape, che permette ai pubblicitari  
e ai semiologi di descrivere brand e pubblicità come nuovi spazi  
culturali.

Al termine di questa telegrafica esposizione vorremmo introdurre due  
concetti generici. Definiamo con networked space l’ibridazione delle  
spazio dei media di massa con lo spazio prodotto dalle tecnologie di  
rete. Allo stesso modo, con il termine networked imagery designiamo  
l’ibridazione dell’immaginario di massa con l’immaginario di rete, un  
fenomeno che è ormai parte della nostra percezione quotidiana, come  
dimostrano lo scandalo delle foto di Abu Ghraib o i video hard di  
Paris Hilton. L’ambiente networked che nasce dall’applicazione della  
rete agli spazi off-line disegna uno spazio che ve ben oltre il  
concetto di mixed reality e ingloba non solo dispositivi ma anche  
immagini, suoni, brand, merci, corpi. E’ in questa chiave che  
introduciamo il concetto di neurospazio.

3. Il neurospazio come piano del desiderio

Accanto ai più noti cyberspace e mediascape esiste un’altra famiglia  
di concetti che applica il paradigma spaziale alla dimensione del  
desiderio e della psiche, a quella che Bateson chiama “ecologia della  
mente”[x]. Come dicevamo la questione dello spazio non può essere  
distinta dal campo di desideri e di conflitti che lo produce: al  
contrario molti modelli technology-based lo considerano uno sfondo  
geometrico neutro, un a priori implicito e inconscio. Nella storia  
degli spazi emozionali non possiamo ovviamente non citare i concetti  
di situazione, deriva, psicogeografia e Urbanesimo Unitario coniati  
dai situazionisti negli anni ’50. L’evoluzione spaziale che seguiamo  
è, però, quella degli ultimi decenni e si estende oltre il campo  
urbano e architettonico per costituire gli spazi immateriali del  
mindscape e della psicosfera. Guattari sosteneva che “un’ecologia del  
virtuale è necessaria quanto le ecologie del mondo visibile”[xi]. E’  
con questa consapevolezza che oggi si parla di “ecologia dei media”,  
che una rivista come Adbusters si definisce “journal of the mental  
environment” e che nuove strategie di media attivismo e cultural  
jamming[xii] sono state sviluppate.

A partire dagli anni ’50, termini come mediascape e mindscape sono  
venuti quasi a sovrapporsi per svelare il fondo inconscio e istintivo  
del nostro rapporto con il panorama dei media e dell’immmaginario  
collettivo. Il romanzo di Ballard The atrocity exhibition è il  
miglior esempio della confluenza e della simbiosi tra paesaggio  
interno (mindscape), paesaggio esterno (landscape) e paesaggio  
mediatico (mediascape):

Sulla mura inclinate del fortino era stata dipinta l’enorme figura di  
una donna bruna. L’ingrandimento era tale che il muro alla sua  
destra, grande come un campo da tennis, conteneva poco più  
dell’occhio destro e dello zigomo. Riconobbe la donna: era la stessa  
che aveva visto nei manifesti vicino all’ospedale, l’attrice  
Elizabeth Taylor. Eppure questi disegni erano qualcosa di più che  
gigantesche riproduzioni. Erano equazioni che incarnavano le  
relazione profonda fra l’identità dell’attrice cinematografica e i  
milioni di persone che erano i lontani riflessi di lei, insieme al  
tempo e allo spazio dei loro corpi e delle loro posizioni. I piani  
delle loro vite si intersecavano secondo angoli obliqui, frammenti di  
miti personali che andavano a fondersi con le divinità delle  
cosmologie commerciali. Le divinità che presiedeva alle loro vite,  
l’attrice cinematografica con il suo corpo frammentato, forniva un  
insieme di formule operative che consentivano loro il passaggio alla  
coscienza.[xiii]

La visione di Ballard non è in fondo così allucinatoria: basti  
pensare ai giganteschi cartelloni pubblicitari che campeggiano sugli  
edifici delle nostre città con testimonial dalle dimensioni  
ipertrofiche.

Anche la stessa definizione originaria di cyberspazio era  
profondamente connessa alla dimensione neuro. In primo luogo, per  
Gibson il cyberspazio non è tanto una realtà virtuale quanto una  
spazio di metadati: “A graphical representation of data abstracted  
from the banks of every computer in the human system”[xiv]. E’ quindi  
un metaspazio, uno spazio di informazioni, intorno al quale si crea  
una “allucinazione consensuale”, ovvero qualcosa al tempo stesso  
molto più astratto e molto più corporeo di una realtà simulata al  
computer. Il cyberspazio che si innerva nel corpo e nel sistema  
nervoso dei personaggi di Gibson (nei suoi romanzi gli stati alterati  
di coscienza prodotti dalle droghe sintetiche non si distinguono  
dall’esperienza mentale del cyberspazio) è già un neurospazio. Nel  
suo intervento del 2002 In the visegrips with Dr. Satan, Gibson  
afferma che anche il flusso di immagini di uno schermo televisivo che  
colpisce il nervo ottico di un bambino è qualcosa di “fisico”, come  
sono “fisiche” pure le strutture chimiche dei neuroni colpiti dallo  
stimolo. Ed ancora Gibson che trova le parole migliori per descrivere  
la nostra idea sistema nervoso esteso nello spazio:

Siamo coinvolti, tutti noi, in un vasto costrutto fisico di sistemi  
nervosi connessi artificialmente. Invisibile. Non possiamo toccarlo.[xv]

Negli ultimi libri di Gibson, in seguito, il cyberspazio prosegue  
idealmente la sua evoluzione valicando i confini della biosfera  
tecnologica per inglobare le icone dello star system (in Idoru[xvi]  
un cantante rock intende sposare una star virtuale progettata da una  
corporation) e lo spazio del capitalismo dei brand (Pattern  
Recognition[xvii] ruota intorno alla spietata concorrenza nel  
controllo del brandscape).

Permane nel pensiero comune e in quello filosofico una concezione  
degli spazi mediatici basata sul modello della rappresentazione (o  
dello specchio): lo Spettacolo di Debord come il ciberspazio di  
Gibson non sarebbero che riproduzioni iconiche della realtà. Al  
contrario, noi crediamo che si debba abbandonare il paradigma della  
rappresentazione per considerare invece gli spazi mediatici come  
estensione diretta del corpo (come già ha fatto McLuhan[xviii]). Con  
il termine neurospazio vorremmo definire l’evoluzione dei precedenti  
spazi mediatici e la loro integrazione in uno spazio a rete dove il  
sistema nervoso collettivo si interconnette con quello individuale  
attraverso un tessuto tecnologico, semiotico, iconico sempre più  
denso. Il prefisso neuro sta a significare la compenetrazione dei  
network tecnologici con il network del sistema nervoso, dove i  
terminali di questa rete possono essere di volta in volta  
dispositivi, brand, merci, immagini, oggetti materiali e immateriali  
di ogni natura, esattemente come nel corpo schizofrenico descritto da  
Deleuze e Guattari nell’Anti-Edipo[xix]. Il neurospazio rappresenta  
il cortocircuito contemporaneo tra psiche individuale e collettiva:  
ed è anche il luogo di investimenti paranoici ed identitari su larga  
scala, luogo in cui il desiderio individuale si aggrega e si  
trasforma in potere, frequentato a questo fine dai Bush e dai Bin  
Laden, dal terrorismo istituzionale e non.

Il neurospazio si manifesta in modo evidente quando l’immaginario di  
massa dei vecchi media incrocia l’immaginario a rete dei nuovi media  
per dare vita ad un immaginario connettivo: dalla foto di Abu Ghraib  
diffuse in rete ai video porno amatoriali con i quali Paris Hilton  
costruisce la propria fama. La rete si estende come le radici di un  
rizoma e “mette a rete” tutto quello che incontra, l’immaginario, i  
vecchi dispositivi analogici, le merci del capitalismo spettacolare.  
Come per l’immaginario, potremmo intendere il neurospazio come  
estensione dei network tradizionali in uno spazio aumentato: da  
internet ai locative media alla augmented reality, non solo  
dispositivi ma anche simulacri e brand diventano “oggetti  
parziali”[xx] di un ambiente a rete. In questo modo, nel neurospazio  
si sedimenta la storia degli spazi prima descritti: cyberspazio,  
augmented reality, locative media, infosfera e Spettacolo (ovvero  
infoteinment), noosfera e brandscape, immaginario di massa e di rete,  
e ovviamente mediascape-mindscape- landscape. Il neurospazio è uno  
spazio schizo-analitico più che tecnologico, che abbraccia allo  
stesso tempo la dimensione semiotica dell’informazione, la dimensione  
cognitiva dell’intelligenza collettiva, la dimensione prostetica dei  
dispositivi tecnologici, la dimensione iconica dello spettacolo e dei  
media, la dimensione biopolitica dei corpi e degli investimenti  
libidici.

Neurospace non è un neologismo. Diffuso nell’ambito delle  
neuroscienze come metafora generica, fu usato per primo dall’artista  
Vladimir Muzhesky. Geert Lovink lo segnalò a Peter Lamborn Wilson che  
scrisse nel 1996 un saggio intitolato Cybernetics and Entheogenics:  
 From Cyberspace to Neurospace[xxi], una breve storia della cultura  
psichedelica che sfocia nel neurospace come spazio di “re-embodiment  
as opposed to the tendency toward false transcendence and  
disembodiment in cyberspace”. Il testo di Wilson è importante per i  
collegamenti che traccia con l’esperienza psichedelica e per la  
consapevolezza dell’elisione del corpo operata dalla cultura  
digitale. Non vi è alcun feticismo post-human o cyborg del  
superamento del corpo, ma al contrario l’estensione dimensione fisica  
e psichedelica al di là del cyberspazio.

Negli anni della rivoluzione digitale abbiamo assistito all’eclissi  
del corpo e del desiderio a scapito dell’esaltazione dell’esperienza  
cognitiva. Ora invece avvertiamo l’esodo delle energie che prima  
erano investite con un entusiasmo collettivo nel ciberspazio. Dove si  
stanno dirigendo? Il desiderio che si è formato con la rete ha  
cominciato a colonizzare gli spazi al di fuori della rete. E’ la  
generazione post-internet che applica il modello rete alla politica,  
all’arte, agli spazi off-line e alla precedenti pratiche  
“analogiche”. Dall’elaborazione del lutto dell’utopia del cyberspazio  
nasce una nuova esperienza dello spazio.

4. Le forme di vita del neurospazio: nuovi animali politici

Parlare di un nuovo spazio di azione per l’arte e l’attivismo  
significa tentare di tracciare direzioni incerte, che non hanno sotto  
i piedi la sicurezza del determinismo tecnologico. Ci dirigiamo verso  
il neurospazio come Hunter Thompson e il dottor Gonzo sulla loro  
decappottabile verso Las Vegas, con il portabagaglio stracarico di  
allucinogeni[xxii]. Gonzo-filosofia. La matrice del neurospazio,  
infatti, non ha le fattezze della geometria digitale né della  
biopolitica, ma della zoopolitica, che non riguarda il potere sulla  
vita ma animali politici capaci di vita autonoma. Per una volta non  
ci interessa prendere le misure ai dispositivi del potere, ma  
osservare come forme di vita autonome creano il proprio spazio vitale  
e si riproducono.

Il neurospazio è una biosfera popolata di strani organismi. E’ tempo  
di riconsiderare il mediascape come estensione della nostra biosfera  
e di riconoscervi nelle figure che lo attraversano gli istinti  
animali della specie umana. Il prefisso neuro indica non tanto il  
network quanto il sistema nervoso dell’uomo contemporaneo immerso in  
una giungla satura di stimoli. L’ingegneria genetica del capitalismo  
avanzato ha già popolato il neurospazio con i propri Frankenstein:  
star del cinema che diventano marche di detersivo, merci antropomorfe  
aggrappate ai grattacieli come King Kong, dettagli anatomici che  
catalizzano le news serali più di una guerra in Medio Oriente, robot  
che sostituiscono animali domestici, merci che si organizzano in rete  
come intelligenze artificiali, attori che fanno politica e uomini  
politici che recitano in tv. Ma a ben guardare troviamo anche zone di  
turbolenze e resistenza, pop star radicali costruite dal basso e  
videogiochi usati come armi (bio)politiche. Se c’è un modo per  
mappare le coordinate del neurospazio è proprio quello di seguire le  
sperimentazioni delle avanguardie sociali più radicali. Lo spazio  
viene rinnovato dal conflitto, ci ricorda Lefebvre. Le nuove forme di  
attivismo mediatico che andiamo a presentare sono pioniere di uno  
spazio ancora poco esplorato dalla teoria politica, ma non di certo  
dal capitalismo, dalle strategie di marketing e dal desiderio delle  
masse, che invece lo alimentano quotidianamente, sotto gli occhi dei  
filosofi.

Il movimento dei lavoratori precari che organizza l’appuntamento  
della Euro May Day (www.euromayday.org) si riconosce in Italia non in  
un leader in carne ed ossa ma nella figura di un santo. San Precario  
(www.sanprecario.info) è una pop star open-source che come il suo  
predecessore Luther Blissett unisce figure archetipiche  
dell’immaginario collettivo italiano (i santi) con le figure sociali  
più recenti (i lavoratori precari). San Precario, a sua volta, ha  
benedetto la nascita del suo anagramma Serpica Naro, stilista  
virtuale “anglonipponica” protagonista di una storica beffa al mondo  
della moda milanese durante le sfilate del febbraio 2005. Serpica  
Naro (www.serpicanaro.com) è servita per denuciare le condizioni del  
lavoro precario nell’industria della moda italiana, ma anche per  
creare un brand aperto e collettivo, che tutti gli stilisti della  
“moda radicale” possono usare.

Serpica Naro non esiste. Serpica Naro è un meta-brand. Serpica Naro è  
una versione generosa del trademark, tutti coloro che vi si  
riconoscono possono parteciparvi. Serpica Naro è un luogo dove si  
incontrano immaginari e autoproduzione, creatività, stile e  
radicalità. Serpica Naro decreta la fine dei simboli ed afferma una  
metodologia, un immaginario, un pertugio attraverso il quale  
esprimere produzione sociale e conflittualità. Serpica Naro è  
produzione autonoma di senso, un metodo di condivisione, apertura  
pubblica dei "codici", liberazione e messa in rete di competenze e  
intelligenze. Serpica Naro è una modalità di relazione, in forma  
reticolare, continua, completamente aperta. Come le nonne erano  
quelle che ci insegnavono a lavorare a maglia senza volere niente in  
cambio noi abbiamo creato una nonna collettiva di nome Serpica Naro.  
Serpica Naro sarà un sito web per inventare un laboratorio di stile  
precario, per raccogliere le autoproduzioni per socializzare le  
competenze lavorative e le informazioni. L'instabilità diviene  
ricchezza attiva, il divenire continuo ci fa muovere e creare nuovi  
stili. Creatività e sperimentazione sociale vanno insieme. Serpica  
Naro come meta-marchio delle autoproduzioni è la risposta con la  
quale dichiariamo chiusa la settimana della moda e aperta la stagione  
della cospirazione precaria.[xxiii]
Prima dell’exploit di Serpica Naro il collettivo spagnolo Yomango  
(www.yomango.net) aveva teorizzato e applicato il meta-brand. Per  
colpire la popolare catena di vestiti Mango con azioni di taccheggio  
creativo, è stato creato il meta-brand Yomango, che in spagnolo  
significa “io rubo”.

Yomango is a brand name whose goal is not the sale of products but  
lifestyles, just like with all the other big brands. However, in the  
case of Yomango, the lifestyle is based on shoplifting as a form of  
disobedience and direct action against multinational corporations.  
Just as the market captures desires, expectations and experiences and  
sells them back as products, the Yomango style promotes the  
"reapropriation" of what was once part of the commons.

Sempre nel campo del brandscape è attivo Guerriglia Marketing  
(www.guerrigliamarketing.it) che in modo disinibito e disincantato  
scandisce lo slogan “Fottere il mercato per entrarci”, piuttosto che  
il socialdemocratico “Entrare nel mercato per fotterlo”. Guerriglia  
Marketing applica al marketing le strategie comunicative sviluppate  
dal movimento globale per creare ibridi mediatici altamente instabili  
e radically uncorrect. Questa agenzia anomala nasce per rivendicare  
il capitale di innovazione e immaginario prodotto dai movimenti che  
puntualmente viene recuperato dalle corporation e dai grandi marchi  
per aggiornare le loro strategie comunicative (vedi la campagna  
Diesel dopo Genova G8). Nello stesso campo, ma con modi del tutto  
opposti, agiscono i francesi antipub, gruppi informali anonimi e  
acefali che detournano o distruggono gli spazi pubblicitari nelle  
città francesi, come forma di ecologia urbana e rivendicazione della  
attention economy. Per finire, ricordiamo, tra le strategie  
mediatiche messe in campo durante la EuroMayDay, anche Molle Industria 
[xxiv] (www.molleindustria.it), un collettivo di game designer che  
produce videogiochi che decostruiscono le tradizionali narrazioni  
shut’em’up, le divisioni di gender e le ambientazioni  
fantascientifiche dei giochi commerciali. Un esempio è il Tamatipico,  
una sorta di Tamagotchi in cui il cucciolo virtuale è sostituito da  
un lavoratore precario. Il risultato è l’uso del format videogioco  
come linguaggio del tutto nuovo, l’iscrizione di nuove soggettività  
sociali e narrazione politiche dentro il videogioco.

TamAtipico è il tuo lavoratore precario virtuale: lavora, si riposa e  
si diverte quando vuoi tu! Gestisci la sua vita in modo da renderla  
più produttiva possibile ma attento a non farlo morire o scioperare.  
Se ti stufi di giocare, non farti troppi scrupoli: licenzialo senza  
giustificato motivo!

5. “People doing something with your nervous system”

San Precario frequenta lo spazio dell’immaginario popolare, Serpica  
Naro e Yomango l’immaginario della moda e dello shopping, Molle  
Industria la generazione della Play Station, Guerriglia Marketing e  
gli antipub il brandspace e gli spazi della pubblicità. Ma si tratta  
realmente di nuove forme di arte e attivismo? Rispetto alla contro- 
cultura americana ed europea pre-internet (dal cultural jamming al  
neoismo), questi progetti hanno meno la natura di performance e più  
quella di network progettuali, mostrano una maggiore capacità di  
incidenza nella sfera pubblica, ma anche una maggiore somiglianza con  
l’estetica mainstream. Questi esempi mostrano secondo noi una nuova  
generazione di attivismo, post-internet, dove il modello rete viene  
applicato alla produzione di nuove soggettività, dove le tecnologie  
evolvono in semio-tecnologie. Non si tratta più dell’assalto  
verticale al codice delle avanguardie storiche del Novecento, ma di  
una operazione di ingegneria nella rete orizzontale del reale, tanto  
che simili operazioni mutuano spesso il loro linguaggio dal marketing  
e dall’immaginario di massa. Attivismo, arte, marketing condividono  
ormai la stessa grammatica e lavorano sugli stessi network.

Emerge chiaramente quindi, come notava Guattari, qual è la funzione  
dei media in generale, ovvero la produzione di soggettività[xxv] (pop  
star collettive, meta-brand, giochi, ma anche figure sociali come il  
lavoratore precario). L’attivismo politico tradizionalmente si è  
preoccupato invece di controllare il contenuto della comunicazione  
(controinformazione), i canali di comunicazione (media attivismo), le  
tecnologie che permettono la comunicazione (hacking). Nel neurospazio  
l’attivismo si converte sulla produzione di soggettività, forme di  
vita e stili di vita, ragione per cui potremmo parlare di  
bioattivismo. Dopo la svolta tecnologica del media attivismo e della  
cultura di rete, si assiste ora ad una svolta biopolitica, che in  
realtà è la condizione naturale della produzione capitalistica e del  
sistema spettacolare da decenni (già nel 1967 Ballard profetizzava  
l’ascesa alla presidenza degli Stati Uniti di un attore di nome  
Ronald Reagan[xxvi], e non citiamo le attuali avventure nel  
mediascape politico di Berlusconi e Schwarzenegger). In altre parole,  
con il neurospazio vediamo all’opera negli spazi mediatici la  
produzione biopolitica descritta dal pensiero post-strutturalista e  
post-operaista[xxvii], e anche quelle nuove strategie che Hardt e  
Negri chiamano “armi biopolitiche”[xxviii]. Sta emergendo una nuova  
subcultura di artisti del neurospazio, programmatori di neurobot,  
hacker delle nuove semio-tecnologie, ingegneri delle soggettività  
collettive. Fino ad oggi abbiamo conosciuto “people doing strange  
things with electricity”[xxix], ora crediamo che il sistema nervoso  
prenda il posto di internet, che si stia formando una nuova  
generazione, una generazione di improbabili gonzobot, il cui motto  
potrebbe essere “people doing strange things with your nervous system”.

Matteo Pasquinelli (mat AT rekombinant DOT org)
Hackney, London
Luglio 2005

Note:

[i] M. Serres, J’habite une multiplicité d’espaces, in  
L’interference, Minuit, Paris 1972.
[ii] “why should landscape be any less dramatic than the Event?”, F.  
Jameson, Postmodernism, or, The Cultural Logic of Late Capitalism,  
Verso, London 1991, p364.
[iii] H. Lefebvre, La Production de l'espace, Anthropos, Paris 1974;  
The Production of Space, Blackwell, Oxford 1991.
[iv] J. Meyrowitz, No Sense of Place: The Electronic Media on Social  
Behavior, Oxford University Press, New York 1985; trad. it. Oltre il  
senso del luogo, Baskerville, Bologna.
[v] S. Zizek, Benvenuti nel deserto del reale, Meltemi, Roma 2002.
[vi] M. Foucault, La volonté de savoir, Editions Gallimard, Paris  
1976; trad. it. La volontà di sapere, Feltrinelli, Milano 1996.
[vii] Vedi TMC Locative Reader, 2004, www.locative.net/tmcreader
[viii] Y. Moulier Boutang (a cura di), L’età del capitalismo  
cognitivo, Ombre Corte, Verona 2002.
[ix] J.F. Sherry, "Cereal Monogamy: Brand Loyalty as a Secular Ritual  
in Consumer Culture", paper, Association for Consumer Research  
conference, Toronto, Canada, 1986; “Advertising as a cultural  
system”, in Umiker-Sebeok (ed.), Marketing and Semiotics: New  
Direction in the Study of Signs for Sales, 1987.
[x] G. Bateson, Steps towards an Ecology of Mind, 1972.
[xi] F. Guattari, Chaosmose, Galilée, Paris 1992; Caosmosi, Costa &  
Nolan, Genova 1996.
[xii] M. Dery, Culture Jamming: Hacking, Slashing and Sniping in the  
Empire of Signs, Open Magazine Pamphlet Series, 1993  
[www.markdery.com/archives/books/culture_jamming].
[xiii] J.G. Ballard, The Atrocity Exhibion, 1970.
[xiv] W. Gibson, Neuromancer, Ace Book, New York 1984; trad. it,  
Neuromante, Nord, Milano 1986; trad. riveduta, 1993.
[xv] W. Gibson, In the visegrips of Dr. Satan (with Vannevar Bush),  
talk, Vancouver Art Gallery, 2002 [www.williamgibsonbooks.com/archive/ 
2003_01_28_archive.asp].
[xvi] W. Gibson, Idoru, Putnam, Berkeley (USA) 1996; trad. it,  
Aidoru, Mondadori, Milano 1997.
[xvii] W. Gibson, Pattern recognition, Putnam, Berkeley (USA) 2003;  
trad. it., L’accademia dei sogni, Mondadori, Milano 2004.
[xviii] M. McLuhan, Understanding Media: The Extensions of Man,  
McGraw-Hill, New York 1964
[xix] G. Deleuze, F. Guattari, L'Anti-Oedipe. Capitalisme et  
schizophrénie, Minuit, Parigi 1972; trad. it., L'anti-Edipo.  
Capitalismo e schizofrenia, Einaudi, Torino 1975.
[xx] Ibid.
[xxi] See www.t0.or.at/hakimbey/neurospc.htm
[xxii] H. Thompson, Fear and loathing in Las Vegas, Random House, New  
York 1972.
[xxiii] Comunicato stampa di Serpica Naro [www.serpicanaro.com/press/ 
oper_serpica_en.zip].
[xxiv] Vedi l’intervista della BBC a Paolo Pedercini [http:// 
news.bbc.co.uk/1/hi/programmes/click_online/3622088.stm]
[xxv] Vedi F. Guattari, Les trois écologies, Galilée, Paris, 1987.
[xxvi] J.G. Ballard, Why I Want to Fuck Ronald Reagan, 1967; in  
“Ronald Reagan: The Magazine Poetry”, 1968.
[xxvii] Vedi in particolare il capitolo “Biopolitical Production” in  
M. Hardt, A. Negri, Empire, Harvard University Press, Cambridge (MA)  
2000.
[xxviii] M. Hardt, A. Negri, Multitude, Penguin Press, 2004; trad.  
it, Moltitudine, Rizzoli, Milano 2004.
[xxix] Motto degli incontri Dorkbot (www.dorkbot.com)

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